Graziano Pinna

Neuroscienziato

Provenienza: 
Oristano
Risiedo: 
University of Illinois at Chicago, IL
Stati Uniti

Graziano Pinna

Neuroscienziato (University of Illinois at Chicago)

Sono nato ad Oristano, una bella cittadina della Sardegna centro-occidentale dove ho seguito gli studi fino al conseguimento della maturità scientifica. All’Università, mi iscrissi alla facoltà di biologia e iniziai l’attivita’ di ricerca a 21 anni per la tesi di laurea sperimentale in neuroscienze che fu il coronamento dei miei interessi e anche il primo impatto col cervello e le sue funzioni, oltre che la neurobiologia del comportamento e dell’umore.
Lasciai l’Italia nel 1993 con tante speranze, pochi soldi e una borsa di studio della Comunità Europea che mi consentiva appena di pagare l’affitto. Lasciavo un’Italia che dava poche speranze, soprattutto nella carriera universitaria. Le cose non sono certo cambiate. La mia prima esperienza post-laurea fu a Berlino che avrebbe dovuto essere temporanea, non più di sei mesi, in realtà ci rimasi otto anni dal 1993 al 2001, gli anni cruciali della ricostruzione dopo la caduta del muro di Berlino.
Lavoravo come ricercatore all’industria farmaceutica Schering AG, dove mi trovai ad operare in un ambiente di lavoro che era un palcoscenico “multikulti”, come si dice in Germania, persone provenienti da ogni parte del mondo. Il mio primo progetto di ricerca riguardava i farmaci ansiolitici.
Dopo appena un mese di lavoro ebbi l’occasione di incontrare un sardo originario di Villacidro che viveva da sempre negli Stati Uniti. Gli fui presentato in azienda, solo perché ci accomunava l’origine. Era Erminio Costa, professore di farmacologia all’università di Cagliari negli anni ’50, che decise poi di lasciare l’Italia per gli USA e che oggi è considerato uno dei padri delle moderne neuroscienze e farmacologia. Conoscevo, ovviamente, la rilevanza a livello scientifico del professore, il quale tra l’altro aveva scoperto il meccanismo d’azione delle benzodiazepine, quali il valium e lo xanax.
A Berlino lavoravo ad un progetto molto affascinante che si basava sullo sviluppo di una strategia terapeutica per ridurre gli effetti collaterali e riabilitare l’uso ansiolitico delle benzodiazepine. Questo lavoro, a cui mi ero dedicato anima e corpo, mi portò ad una scoperta importante che ebbe molto impatto in questo campo e fu pubblicata su una rivista interdisciplinare prestigiosissima, PNAS, in cui comparivo come primo nome a fianco di scienziati di levatura internazionale. Questa prima pubblicazione fu il mio trampolino di lancio, da quel momento il mio futuro apparve delineato e aveva preso una direzione precisa.
Nel 1993 ci fu un secondo incontro fondamentale per la mia vita professionale. Si trattava di uno psichiatra specializzato in neuroendocrinologia, Andreas Baumgartner, che mi offrì un posto all’Università di Berlino. Fui felice di questa proposta e l’accettai. A 26 anni diventai ricercatore alla Freie Universität, dipartimento di medicina nucleare. Gli anni alla Freie furono molto importanti per la mia formazione professionale, ma anche sul piano umano e sociale.
Vissi anni storicamente cruciali nella Berlino post muro, ma cruciali anche per me, allora giovanissimo, immerso in un clima di diversità interculturale tra berlinesi dell’est e dell’ovest, tra comunità tedesca e turca e poi le innumerevoli etnie che, pare che a Berlino, siano superiori perfino alla stessa New York. Avvertivo dentro di me un rapido processo di cambiamento, una trasformazione a livello personale che mi portò ad una profonda maturazione. Questi anni furono dedicati a studiare l’effetto dei farmaci antidepressivi sugli ormoni tiroidei. Sviluppai una metodica per misurare diversi ormoni tiroidei nel cervello, che mi portò a scoprire ben sette ormoni in aree del cervello di ratto e umano, fondamentali per la regolazione dell’umore e dell’affetto. Questa scoperta ha influenzato diversi altri campi dalla neurologia alla endocrinologia. In questi anni alla Freie Universität ottenni il titolo di "Specialist in Neuroendocrinology" nonche' il dottorato tedesco "Doktor rerum Medicarum" con "suma cum laude". Diventai consulente per insegnare la metodica per misurare gli ormoni tiroidei nel cervello in diverse Universita' tra cui Columbia (NYC), Wuhan (China), Federico II (Napoli), Clarke Institute (Toronto) e presentai le mie ricerche in decine di conferenze in tutto il mondo.
Alla fine degli anni ’90 il mio percorso prese nuovamente un’altra direzione. Dovevo apprendere le tecniche per misurare gli steroidi e chi aveva sviluppato queste tecniche era il gruppo di Chicago, diretto da una persona a me familiare, quel famoso Prof. Erminio Costa che avevo conosciuto casualmente nei miei primi anni a Berlino. Non ebbi esitazioni e mi trasferii a Chicago, la prima volta per sei mesi.
In laboratorio trovai tanti italiani, di provenienze diverse. In quel periodo lavoravo moltissimo, perché mi avevano affidato un progetto di ricerca sui neurosteroidi e, in sei mesi scopri per la prima volta il ruolo fisiologico del neurosteroide allopregnanolone che svolge un ruolo molto importante della regolazione del comportamento affettivo e delle malattie psichiatriche come ansia e depressione. Pubblicai ben tre lavori. Al termine dei sei mesi tornai a Berlino per due anni, ma nella primavera del 2000, il professor Costa mi convinse a trasferirmi definitivamente a Chicago, offrendomi una posizione accademica e la direzione della ricerca sui neurosteroidi. Capii che era arrivato il momento di fare una scelta decisiva, dovevo seguire la carriera, conseguire gli obiettivi che mi ero preposto, dunque trasferirsi faceva parte del mio lavoro. Vinsi il concorso e diventai professore a 31 anni alla University of Illinois at Chicago nel Department of Psychiatry. Arrivai a Chicago a fine giugno, in piena estate, poco prima dell’11 Settembre 2001. Fui preso immediatamente da un nuovo entusiasmo e dalla gioia di scoprire, giorno dopo giorno, una città stupenda affacciata sul lago Michigan.
Lavorai col Prof. Costa per dieci anni fino al momento del suo pensionamento nel 2009. Fu per me il vero “mentor”, una figura paterna da cui ho imparato non solo il mio mestiere, ma anche una tecnica per sfruttare al meglio le mie potenzialità. Dal 2005 continuai i miei studi e ricerca scientifica in maniera indipendente come "Principal Investigator". Il sistema americano tende a creare cervelli che pensano e sviluppano progetti e ottengono finanziamenti indipendentemente dal Professore ordinario, questo è l’opposto del sistema italiano che invece tende a mantenere una classe accademica subordinata.
Grazie ai social network, oggi si è in continuo contatto con amici sparsi in tutto il mondo, si condividono fotografie, pensieri, commenti, si ha la possibilità di dialogare anche in diverse lingue, ci si sente vicini anche a migliaia di km di distanza. Questo ha anche un risvolto negativo, perché l’abuso e la dipendenza dalla tecnologia sta assumendo un ruolo allarmante su diversi fronti. Paradossalmente, se da un lato l’uso di Facebook avvicina le persone e moltiplica gli amici o pseudo tali, dall’altro le isola, le allontana dai contatti sociali veri, più elementari, quelli “sotto casa”, per intenderci. Specialmente in questi ultimi anni di recessione economica diverse categorie di persone sono costrette a regimi lavorativi ancor più sostenuti, sia per sbarcare il lunario, sia per mantenere il posto di lavoro. Queste situazioni di stress e di isolamento sociale dovuto all'abuso di tecnologia sono considerate determinanti per l’insorgenza di disordini comportamentali, nonché per l’aumento di sintomatologie legate all’ansia e alla depressione.
Nel mio laboratorio abbiamo lavorato proprio su questa ipotesi, sottoponendo i topi ad un prolungato periodo di isolamento sociale, osservando i cambiamenti comportamentali e biochimici. Grazie a questi esperimenti si sono fatti notevoli passi avanti sullo sviluppo di nuovi farmaci per la cura della depressione e dell’ansia e sui meccanismi di azione dei farmaci esistenti. Una delle scoperte originate dal mio laboratorio a Chicago riguarda lo sviluppo di un modello animale di ansia e sindrome da stress post-traumatico che mima i sintomi e i cambiamenti neurochimici osservati nei pazienti. Grazie a questo modello siamo riusciti a scoprire un meccanismo d'azione dei farmaci antidepressivi piu' venduti al mondo, gli SSRI che abbiamo ribattezzato come "selective brain steroidogenic stimulants" o "SBSS". Questi studi sono importanti per i risvolti ottenuti nell'uso clinico di questi farmaci nei pazienti perche' hanno permesso la loro utilizzazione in maniera ottimale aumentandone la tollerabilita' ed efficacia e migliorandone la risposta clinica che ora avviene a tempi molto ristretti.
Anche negli Stati Uniti però le cose sono cambiate negli ultimi anni soprattutto dopo l’11 settembre. Da allora le cose non sono andate a gonfie vele in molti campi, soprattutto nel campo della ricerca. La possibilità di ottenere fondi è bruscamente crollata. Oggi, gli scienziati negli USA competono per quell’esiguo 5-6% di possibilità di aggiudicarsi dei fondi di ricerca. Talvolta, progetti di ricerca eccellenti non ricevono finanziamenti per mancanza di fondi. Questo significa una competizione sfrenata tra i migliori scienziati a livello mondiale che, guarda caso, si trovano per la maggior parte negli USA, dove furono attratti ai tempi d’oro del “brain drain”, la fuga dei cervelli. Oggi, mi sembra quasi che si assista ad una inversione di tendenza. Sembra che altri paesi stiano cercando di rovesciare quella brocca, riversando i cervelli diventati “americani” verso i loro paesi, attraendoli con ottimi stipendi e la possibilità di fare ricerca, come ai vecchi tempi in America. Sebbene gli USA siano un’ottima piattaforma per dottorandi e post-dottorandi per acquisire le tecnologie più avanzate nel settore, non sono sicuramente un paese facile per inserirsi e pensare di fare una carriera ai livelli più elevati come “faculty”, cioè come professore che deve “procacciare” i finanziamenti necessari per pagare i propri dipendenti, i materiali per fare ricerca e spesso anche il proprio salario.
Ora negli Stati Uniti giungono moltissimi giovani dai paesi emergenti (Brasile, Cina e India) per acquisire le tecnologie e portarle a casa, dove li aspettano enormi finanziamenti per mettere a frutto ciò che hanno imparato in America. Il loro interesse è di creare una generazione di ricercatori che abbiano fatto un training nei centri di eccellenza americani per dare così più prestigio alle loro Università. Purtroppo, questo non vale per l’Italia, che invece, ahimè, ha sviluppato la fuga dei cervelli. Questi paesi mettono a disposizione ingenti somme di denaro per la ricerca. Finanziamenti che sono più facilmente ottenibili e certo non paragonabili all’estenuante competizione degli USA. Nel mio caso specifico, mi accorgo di un interesse sempre più vivo da parte di numerosi paesi nel mondo, quali la Cina, il Brasile e l’India. Negli ultimi anni, sono stato contattato da dottorandi dalla Cina, dal Brasile e dall’India per fare un’ esperienza di ricerca nel mio laboratorio a Chicago. I paesi emergenti hanno dunque molte possibilità di diventare leader in diversi settori della tecnologia avanzata e nanotecnologia, e avere un ruolo primario nell’influenzare l’economia mondiale del futuro. E’ fondamentale imparare le loro lingue per diventare competitivi nel mercato e trovarsi al momento giusto nel posto giusto.
Il mio consiglio ai giovani è sempre quello di essere flessibili, disponibili a muoversi, a viaggiare, a imparare le lingue. Questi sono fattori fondamentali come arricchimento personale e strumento dialettico per confrontarsi con diverse culture, diversi modi di pensare, di vestire, di essere, diversi orientamenti religiosi, sessuali. Tutto questo assieme, forma la “nicchia culturale e sociale” con la quale ci confrontiamo e nella quale ci plasmiamo nel tempo in un nuovo ambiente. La nostra capacità di adattarci rapidamente a nuovi ambienti culturali e sociali è dovuta in gran parte alla nostra intelligenza e alla nostra impressionante capacità di assorbire idee, tecnologie e comportamenti da parte degli altri, incrementando così le nostre conoscenze e migliorando la prestazione rispetto ai nostri predecessori.
Spesso mi è stato chiesto “ti senti Tedesco? Ti senti Americano?” No, non mi sento né tedesco né americano. Certo la cultura di questi paesi in cui ho vissuto e vivo, o che ho visitato, hanno avuto un’influenza nel modificare il mio io e la mia personalità e, senza dubbio, non sono la persona che sarei diventata vivendo tutta la vita ad Oristano, proprio perché l’ambiente ha influito sullo sviluppo della mia personalità. Per questo motivo posso invece dire di sentirmi berlinese o di Chicago, proprio perche' in queste citta' ho sviluppato la mia nicchia culturale e sociale, il senso di comfort, benessere e di casa in un altro paese.
Quando torno in Europa è gratificante cambiare paese e parlare la lingua del paese che visito, arrivare all’aeroporto di Barajas e parlare spagnolo, trascorrere qualche giorno a Madrid per poi tornare in Sardegna, dove mi aspetta l’ambiente familiare sardo con gli amici di sempre. Ripartire per Londra, Parigi, Amsterdam o Berlino, incontrare i miei amici e parlare tedesco, spagnolo, inglese, portoghese, italiano. Parlare tante lingue è per me uno strumento di libertà e indipendenza molto potente, mi arricchisce enormemente e mi rende veramente felice.

University of Illinois at Chicago

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